Dopo Pechino, la stagione biancoceleste si è rivelata in salita: analizziamo i motivi del difficile avvio insieme ai grandi ex.
Nello Governato è nato a Torino il 14 settembre 1938. Centrocampista, ha giocato nella Lazio in due riprese: dal 1991 al 1966 e dal 1967 al 1971, prima di chiudere la carriera al Savona. In mezzo una breve parentesi all’Inter (e poi in prestito al Vicenza), durata pochissimo perché, ha raccontato più volte, non si sentiva a proprio agio nella squadra di Herrera e sognava di tornare nella Capitale.
Alla Lazio è tornato la prima volta nel 1983 come direttore sportivo, poi negli anni 90 è al fianco di Cragnotti: vince scudetto, Coppa delle Coppe e Supercoppa Uefa. Giornalista, scrittore, è autore di "Un caso da gol romanzo verità", "Gioco sporco" e " La partita dell’addio".
Nello Governato, dopo dodici giornate la Lazio è solo sedicesima, con una media inferiore a un punto a partita. Se l’aspettava?
«E’ un avvio deludente, non mi aspettavo una partenza così brutta, ma non m’aspettavo neanche che battesse l’Inter in Supercoppa».
Purtroppo la classifica è vera, come è stata vera la notte di Pechino.
«Certo, la situazione è difficile. La squadra ha un buon allenatore, dei buoni giocatori ma non riesce a venirne fuori. Dall’esterno è difficile valutare. Però…».
Però?
«Non utilizzare Pandev e Ledesma è un errore tragico. Comunque penso che la squadra possa uscirne, anche se non nel giro di due-tre domeniche. Ora anche il calendario è un po’ un problema, visto che con il Napoli, alla ripresa, sarà difficile fare risultato, Mazzarri ha dato qualcosa di più alla squadra ».
Tornando alla Supercoppa: il trionfo di Pechino è stato un’illusione?
«E’ una partita secca e va valutata in quel senso, può succedere di tutto. Nel senso del risultato è stata bellissima, ma doveva contare solo per quell’aspetto. Insomma, non doveva contare come indicazione sicura del campionato, perché il campionato è un’altra cosa».
Ci si aspettava molto di più, però, dai biancocelesti.
«Sì, pensavo che la squadra potesse fare molto meglio. Non riesco a capire il discorso dei giocatori bravi che non scendono in campo. Mi sembra assurda e tragica come decisione».
Cosa pensa di Ballardini?
«E’ un allenatore nuovo, non lo conosco, nel senso che è venuto fuori quando io sono uscito dal giro. Ha personalità, la sua squadra cerca sempre di essere prudente. Sicuramente non do la colpa a lui del momento difficile».
A proposito di Pandev e Ledesma: ci si è spesso interrogati sulle scelte del tecnico rispetto alla linea della società.
«Lui è un dipendente, quando uno accetta di allenare una squadra come la Lazio lo fa nella convinzione che la società, nella figura del presidente, faccia il meglio possibile. Ballardini alla Lazio è venuto con orgoglio. Difficile dire: ha accettato certe situazioni. Che doveva fare, andare via? E’ un uomo di buon senso».
Però in questa fase, con il mercato chiuso, è quello che rischia di più.
«Non è semplice lavorare così, ma lui sa che questo è il suo mestiere. Penso che sia una persona intelligente, sa cosa rischia: deve tenere duro e cercare di far capire ai propri giocatori che la squadra non vale quello che oggi dice la classifica».
Quanto vale effettivamente la Lazio?
«Contro il Milan, a parte che i rossoneri sono calati nel secondo tempo, la Lazio poteva pareggiare. Ecco, non vedo la situazione disastrosa: la Lazio è di un livello superiore rispetto a formazioni che oggi la superano in classifica. Però sta al tecnico riprendere in mano la situazione, io non credo nei cambi».
Un esonero suonerebbe come un fare marcia indietro? Da parte di Lotito la scelta di Ballardini è stata ben ponderata.
«Si può anche sbagliare nello scegliere un allenatore, capita a tutti. Ma ripeto: io non manderei via l’allenatore ».
La rosa di Ballardini vale quella a disposizione di Delio Rossi?
«Sicuramente non è più forte, anzi. E il rendimento di certi giocatori, poi, non è lo stesso dell’altro anno. Zarate aveva segnato tanto la scorsa stagione, ques’anno invece stenta. Manca Pandev, e poi Ledesma, pur con un Baronio che sta facendo bene. Però Baronio poteva giocare anche insieme a Ledesma».
In effetti la Lazio ha speso in estate, ma per confermare Matuzalem e Zarate.
«Ci sono dei paradossi. Zarate è un campione, ma da quando c’è lui sembra che Rocchi sia un po’ in secondo piano e invece è un grande giocatore che mi piaceva tanto, come Pandev. Per un motivo o l’altro, sono scomparsi: uno non gioca e l’altro non fa gol. Mi spiace, perché Rocchi ha sempre fatto gol stupendi. Negli altri reparti, poi, ci sono state uscite come quella di De Silvestri: se uno chiede di andare via, vuol dire che c’è un malessere».
L’entourage di Zarate, intanto, sta alzando la voce: sostiene che gli era stata promessa una squadra più forte.
«Non è facile gestire queste situazioni. Zarate è un campione e deve prendersi la responsabilità di giocare anche in una squadra non fortissima, non deve lamentarsi né zittire il pubblico. Un campione prende la squadre sulle spalle, proprio perché è il migliore deve essere d’esempio e non tirare fuori queste storie. Poi, se uno vuole andare via, aspetta l’estate. Adesso non c’è bisogno di altre grane».
Ritiro, voglia di isolarsi dall’ambiente, di ritrovarsi attraverso il dialogo. E’ la strada giusta?
«Il ritiro può servire in certe occasioni, anche per rasserenare il pubblico. Che, però, deve stare vicino alla squadra: si può contestare quando le cose vanno bene e quando ci sono dei motivi, farlo quando la squadra va male è un po’ come rubare in chiesa, nel senso che proprio in quei momenti i giocatori vanno sostenuti.Ognuno deve prendersi le proprie responsabilità: i giocatori, dando retta all’allenatore, il tecnico stando tranquillo, la società non facendo scelte sbagliate, il pubblico dando una mano».
All’Olimpico il fattore campo gioca contro la Lazio. Una sola vittoria e ora una pressione ambientale difficile da sostenere.
«I tifosi non vogliono che la squadra vada male, ma che vinca lo scudetto. Il malcontento generale nasce da altre situazioni, non bisogna farlo pesare ai giocatori. Ripeto, però, che Zarate non deve zittire la gente, ma essere responsabile ».
A gennaio bisognerà intervenire sul mercato. Come?
«Ci sono dei ruoli da coprire, ma deve dirlo l’allenatore, indicando anche le caratteristiche dei giocatori e una rosa di nomi. Certo, trovo stupefacente che non arrivino giocatori italiani alla Lazio, c’è qualcosa che non funziona. E’ giusto andare all’estero, lo facevamo anche ai tempi di Cragnotti. Però c’era una base italiana fatta di giocatori come Signori, Casiraghi, Favalli, Negro, Fuser, Di Matteo, pedine importanti anche in Nazionale. Qui arrivano stranieri anche non molto conosciuti, fermo restando che Lotito ha preso un campione come Zarate».
Rispetto all’anno scorso, c’è anche l’impegno di Europa League. La Lazio può andare avanti in coppa?
«La competizione porta dei problemi e non garantisce i soldi della Champions. Però la Lazio può farcela, anche se prima viene il campionato».
Cosa pensa del silenzio della squadra, dell’allenatore e del presidente?
«E’ un danno. Bisogna parlare, dire le cose, non ha mai fatto male. Un solo silenzio stampa ha portato risultati, quello dell’Italia a Spagna ‘82, ma lì si parlava di un torneo di un mese. In campionato non si può stare zitti: la gente deve sapere».(corrieredellosport)