Delio Rossi, sei mesi dopo. La premessa sarebbe: non parliamo di Lazio. Una premessa, non una promessa. Perché lui la Lazio la porta dentro o perché, forse, un innamorato parla solo del suo grande amore.
Roma città elettiva, partiamo da lontano?
«Casa a Roma per sempre, che c’è di meglio? Specie se non sei allenatore della Lazio. O della Roma, naturalmente».
Se non sei più allenatore della Lazio…
«La gente ti ferma e non ti chiede più di Rocchi o di Zarate. Ti dice semplicemente: "Lei è una bella persona". Mi fa ancora arrossire, penso sia un grande complimento».
Emozioni?
«All’Olimpico non sono più tornato. Eppure come allenatore disoccupato avrei tante squadre da osservare. Alle partite della Roma mi sentirei a disagio, c’è quel tuffo nella fontana dopo il derby vinto…La Lazio non riuscirei a vederla, sono ancora troppo coinvolto».
Solo tv?
«A volte neanche. Lazio-Milan, due domeniche fa: antenna fuori uso per via di un fulmine, io fuori sotto la pioggia col tecnico che cercava di aggiustarla, la mia famiglia in poltrona per non perdersi neanche quell’immagine sbiadita, che andava e veniva. Mia moglie è diventata la più laziale di tutti, i miei figli la seguono a ruota».
Giudizi?
«Non ho mai espresso un parere su un mio collega o sul gioco di una squadra che non è la mia. Per questo mi ha dato molto fastidio quando Ballardini, senza che nessuno glielo chiedesse, ha detto "Ma che cosa ha mai fatto la Lazio negli ultimi anni?". Potrei rispondere tre qualificazioni in Europa e una coppa Italia. Mi limito a ricordargli che lui allenava il Cagliari mentre la mia Lazio giocava contro il Real Madrid».
Potrebbe aggiungere, volendo, che non ci sarebbe stata Supercoppa senza quella Coppa Italia.
«Ma non è così. La Supercoppa l’hanno vinta Ballardini e i giocatori. Io non mi prendo meriti altrui».
Una curiosità. Cosa l’ha spinta ad andare alla commemorazione per i due anni dall’uccisione di Gabriele Sandri?
«Sono andato in chiesa con mia moglie, ma sono uscito prima della fine della celebrazione. E’ una questione personale. Sono andato anche ai funerali di Gianni Elsner. Sono momenti intimi. Li preferisco a qualsiasi cerimonia ufficiale con premi e scontati elogi».
Eppure lei è stato l’allenatore delle grandi esultanze.
«I derby vinti, non la coppa Italia, per esempio. E sa perché?».
Non la sentiva sua?
«Non scherziamo. Per quella coppa abbiamo perso più partite del consentito in campionato. Pensa che avrei schierato Siviglia terzino destro a San Siro, se non per provare una possibile alternativa per quella finale con la Samp di Cassano?».
Allora dica lei.
«Perché quella sera di maggio io avevo già vinto: avevo portato settantamila laziali all’Olimpico. L’obiettivo che mi ero posto, l’unico».
Sapeva che sarebbe stato il suo passo d’addio?
«Sì. Era già tutto deciso».
Da lei? O dalla società?
«Non ci casco. Io comunque pensavo alla Lazio e basta, ho automaticamente detto no a qualsiasi altra prospettiva».
Si diceva il Napoli…
«Oggi gli allenatori hanno i procuratori e le passerelle tv. Io tratto faccia a faccia. Sono forse al Napoli?».
Eppure risulta che lei, prima di chiudere il rapporto, sia andato a parlare con Lotito. Che abbia esposto un progetto, fatto richieste specifiche.
«Non rispondo. Per il bene della Lazio prima di tutto. L’unica cosa non vera è che io abbia chiesto epurazioni di titolari».
Ha mai sentito la squadra distante? Che negli ultimi tempi qualcuno abbia giocato contro di lei?
«Non c’erano i presupposti, anche se da fuori mi deligittimavano. Io sono fatto così, mando in campo chi merita. Al giocatore, quando lo conosco, dico sempre: puoi chiamarmi anche di notte per parlarmi o perché tuo figlio sta male, sono sempre a tua disposizione; in cambio tu devi essere sempre a disposizione della squadra, 24 ore su 24 come me. C’è chi capisce e chi no».
Trentuno punti nel girone d’andata, 19 al ritorno. Come si spiega?
«Non si spiega».
I tifosi ce l’hanno con lei perché non si dimise il 31 agosto 2007: Lazio in Champions, nessun rinforzo degno di tal nome.
«Sarebbe stato facilissimo, la strada più comoda. Avrei lasciato nel momento della massima popolarità. Allora sì le proposte sarebbero fioccate. Ma io pensavo ancora di poter cambiare la Lazio dall’interno. E nessuno può immaginare com’era il clima dello spogliatoio in quel momento. E’ stato il mio atto di maggior coraggio».
E’ diventato il momento più difficile della sua gestione?
«Drammatico. Abbiamo rischiato la serie B. Il mercato di gennaio ci ha salvato, ma era figlio di quel percorso dall’interno di cui parlavo. Rozehnal, Radu, Bianchi sono serviti a scompigliare il mazzo».
Cioè?
«Eh no. Questo è un tranello».
Hanno detto: Rossi non vedeva Zarate. Non fosse stato per l’infortunio di Rocchi…
«Zero partite in precampionato. Poi ha sempre giocato: come dicevo io però, per la squadra».
Il derby vinto dalla Roma con gol di Baptista. Un altro capo d’imputazione: lei provò il tridente per la prima volta.
«Un’occasione sprecata. Non sono uno scemo, visto che è la partita delle partite. E non aggiungo altro».
Ledesma è rimasto un suo pupillo? Dicono che si sia rotto qualcosa?
«Ledesma è un tedesco, a volte non sente ragioni. Lui e Matuzalem insieme formano la coppia centrale più forte del campionato. Io però Matuzalem non l’ho quasi mai avuto».
Come si direbbe in un verbale Rossi non risponde a domande su: Lotito, Ballardini, Tare, progetto, dissidenti, cessioni dolorose, epurazioni, tradimenti, soffiate, ritorni, altri singoli giocatori («Cassano? Come tutti i fuoriclasse lo allenerei volentieri»), scudetto e pronostici sparsi. Si capisce solo che Peruzzi accanto come dirigente è uno dei suoi grandi rimpianti. E che un ds come Sabatini gli è mancato nell’ultimo anno. «Non è giusto che io stia qui a rimestare le mie quattro stagioni di Lazio per procurare solo polemiche e danni. Col cuore dico che vorrei vederla presto fuori dalle difficoltà. E che per me è e resterà sempre un punto d’arrivo».
Anche per gli altri? Giocatori, dirigenti…
«Andiamo, è tardi. Dopo l’antennista mi tocca l’idraulico».